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Se Gheddafi resterà, per l’Italia sarà dura

Se Gheddafi vincerà, l’Italia sarà il Paese che pagherà il conto più alto. Questa è l’analisi di Mario Barone, ex amministratore delegato della Banca di Roma e tra i fondatori della Banca Ubae, che dal 1972 tesse le trame finanziarie sull’asse Roma-Tripoli.

L'autostrada non si farà, la faranno altri, cinesi, indiani: tutti interessati al petrolio libico, osserva il banchiere riferendosi ai 1700 km di collegamento costiero che Roma si è impegna a finanziare per un valore di circa 3 miliardi di euro a patto che l'opera venga realizzata da imprese italiane. L’analisi di Mario Barone si basa sulle possibili ritorsioni del paese libico a causa dell’atteggiamento avuto finora dal nostro paese. Siamo, infatti, passati dalla freddezza dei rapporti allo schierarci apertamente contro, come hanno fatto anche altri paesi.

Ma le cose non dovrebbero andare meglio anche se il colonnello non dovesse restare, in quanto Gheddafi comanda con pugno di ferro dal 1969 e il Paese è politicamente e socialmente fortemente disomogeneo. Lo stesso ministro dell’Economia Giulio Tremonti, a margine dell’Aspen European Dialogue, ha parlato dei rischi derivanti da una rivoluzione. Pensate ai fondi sovrani, e se per caso una rivoluzione dicesse: quei soldi sono nostri e li vogliamo indietro?, si e' chiesto il ministro. Da qui la decisione di bloccare, congelare, i fondi provenienti dalla Libia e che, come si sa, sono, per via di molti fili intrecciati, alle società italiane.

In queste ore potrebbe, tuttavia, essere in corso un negoziato segreto con gli USA e la Gran Bretagna per una comoda uscita di scena del colonnello e soprattutto per i figli, permettendo loro di preservare quanto possibile del patrimonio accumulato. Washington e Londra non hanno alcun interesse a vedere il petrolio libico nelle mani della Cina, osserva Mario Barone.

(foto © Roberdan su Flickr)

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