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Libia, investimenti Italiani a rischio

La cosa che piu' preoccupa e' sapere che in Libia ci sono centinaia di morti, poi la situazione e' preoccupante anche da questo punto di vista: così il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, a margine degli Stati Generali della città di Roma ha risposto a chi gli chiedeva se fosse preoccupato per gli investimenti italiani in Libia. Il motivo addotto? Perché ci riforniamo di materie prime dalla Libia, che sono fondamentali per il funzionamento del Paese.

Proviamo, però, a rovesciare la domanda, per capire meglio chi e perché corre i maggiori rischi dalla crisi Libica. Quali sono gli affari della Libia nel nostro paese? Eni, Unicredit e Impregilo, ma anche Astaldi, Finmeccanica, Fiat, e perfino la Juventus. In tutti questi anni la Libia ha acquisito diverse partecipazioni nella Corporate Italia; e senza alcuna ombra di dubbio l'interesse reciproco agli investimenti si è intensificato grazie all'amicizia profonda nata tra il colonnello Gheddafi e il premier italiano Silvio Berlusconi. Dal canto loro, le aziende italiane hanno ricevuto da Tripoli commesse per la costruzione di infrastrutture e per la produzione di petrolio.

La crisi in Libia, col suo bilancio di vittime (si parla di un migliaio di manifestanti), sta sempre più trasformandosi in guerra civile. La domanda, di conseguenza, è la seguente: cosa accadrà a tutte queste società? Certamente c’è da fare un distinguo tra aziende che non fanno affari che impattano direttamente sulle loro revenues, ovvero sul loro fatturato e aziende, invece, come appunto Eni, Ansaldo e Impregilo, che si sono aggiudicate commesse dal paese per la realizzazione di alcuni progetti e che potrebbero vedere ora queste stesse commesse cancellate. E sembra che siano soprattutto quest'ultime a soffrire maggiormente dei disordini libici.

(foto © Roberto Gimmi su Flickr)

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